L'Italia è uno dei pochi paesi al mondo con una filiera spaziale completa: progetta e costruisce satelliti, li lancia con un proprio vettore, costruisce i moduli in cui vivono gli astronauti e gestisce i dati che tornano a terra. Chi arriva al tema dalle notizie, però, fatica a capire chi fa cosa. Questa è la mappa.

Chi decide: Palazzo Chigi, il COMINT e l'ASI

La politica spaziale italiana dipende dalla Presidenza del Consiglio, che la esercita attraverso un ministro delegato: oggi Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy. Il coordinamento tra i ministeri passa dal COMINT, il Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio, che approva gli indirizzi e il documento strategico pluriennale.

L'Agenzia Spaziale Italiana (ASI), fondata nel 1988 e con sede a Roma, è il braccio operativo: gestisce i programmi nazionali, rappresenta l'Italia nell'ESA e finanzia industria e ricerca. Il suo piano triennale 2024-2026 prevede investimenti per 4,7 miliardi di euro, metà circa da fondi pubblici nazionali. È presieduta da Teodoro Valente. Ha inoltre un ruolo nuovo dal 2025: autorità per le autorizzazioni e il registro degli oggetti spaziali, come vedremo.

L'ESA, e perché l'Italia conta

L'Agenzia Spaziale Europea non è un organo dell'Unione: è un'organizzazione intergovernativa a cui aderiscono 23 Stati, che decidono ogni tre anni, in una riunione detta Ministeriale, quanto versare e su quali programmi. La regola che la governa, il ritorno geografico, è il motivo per cui conta tanto per l'industria: ciò che un paese versa torna in gran parte sotto forma di contratti alle sue aziende.

All'ultima Ministeriale, a Brema nel novembre 2025, gli Stati hanno sottoscritto in tutto poco più di 22 miliardi di euro. L'Italia ha messo 3,5 miliardi per il triennio, mezzo miliardo in più della volta precedente, confermandosi tra i primi tre contributori dopo la Germania e intorno alla Francia. Le priorità italiane: accesso allo spazio (i lanciatori Vega e Ariane), osservazione della Terra, navigazione, comunicazioni sicure, scienza. Due risultati politici: un astronauta italiano in una futura missione lunare Artemis, e la prossima Ministeriale, nel 2028, in Italia.

C'è una differenza da tenere a mente leggendo i bilanci: i fondi ESA sono un impegno triennale, i fondi nazionali ASI sono annuali, e i programmi dell'Unione europea (Copernicus, Galileo, IRIS²) seguono un terzo canale, quello del bilancio UE. Le cifre di "quanto spende l'Italia nello spazio" cambiano a seconda di quale dei tre si somma.

Chi costruisce: la filiera

Il settore conta circa 209 imprese e 15.000 addetti, con una crescita dei ricavi del 12% nel 2024. La struttura è a piramide: pochi grandi integratori, una fascia di medie aziende specializzate, molte piccole.

Leonardo è il capofila. Direttamente produce sensori, elettronica e strumenti; attraverso le joint venture con la francese Thales controlla Thales Alenia Space (satelliti e moduli abitati, con sedi a Torino, Roma e L'Aquila; Leonardo al 33%) e Telespazio (servizi, operazioni e dati, Leonardo al 67%). È Thales Alenia Space Italia ad aver costruito circa metà dei moduli pressurizzati della Stazione spaziale internazionale e a costruire quelli del Gateway lunare.

Avio, a Colleferro, costruisce il lanciatore Vega C e i motori a propellente solido degli Ariane: è l'unica azienda italiana, e una delle pochissime in Europa, capace di portare un satellite in orbita con un proprio vettore. Dal 2025 commercializza direttamente i lanci, prima affidati ad Arianespace.

Attorno ai grandi, una rete di aziende che lavorano su propulsione, strutture, ottica, antenne, software e, sempre più, servizi a valle: dati satellitari per agricoltura, assicurazioni, monitoraggio del territorio. L'investimento pubblico del PNRR e il progetto Space It Up (13 università, 10 enti di ricerca, 10 industrie) stanno finanziando questa fascia.

I programmi che contano

  • COSMO-SkyMed: la costellazione radar nazionale, in servizio dal 2007, con il terzo satellite di seconda generazione lanciato a gennaio 2026. È il prodotto spaziale italiano più usato, in ambito civile e militare.
  • IRIDE: la costellazione di osservazione della Terra finanziata dal PNRR, con i primi 16 satelliti operativi lanciati nel 2025. Il programma più grande mai gestito interamente a livello nazionale.
  • Vega C: il lanciatore per piccoli e medi carichi, tornato in servizio regolare dopo l'incidente del 2022; nel 2026 ha portato in orbita la missione scientifica SMILE e il satellite Sentinel-3C.
  • Artemis: l'Italia fornisce strutture e sistemi del modulo di servizio europeo della capsula Orion e i moduli abitativi del Gateway; Artemis 2, con il primo volo con equipaggio intorno alla Luna, è avvenuto nella primavera 2026.
  • Scienza: strumenti italiani su BepiColombo (in orbita attorno a Mercurio da novembre 2026), Juice, Euclid, Hera.

La legge spaziale del 2025

Fino all'anno scorso l'Italia non aveva una legge nazionale sulle attività spaziali. La legge 13 giugno 2025, n. 89, "Disposizioni in materia di economia dello spazio", ha colmato il vuoto. In sintesi:

  • ogni attività spaziale condotta da operatori italiani, o dall'Italia, richiede un'autorizzazione, con l'ASI nel procedimento e la Presidenza del Consiglio come autorità responsabile
  • l'ASI tiene il registro nazionale degli oggetti spaziali
  • l'operatore risponde dei danni a terzi e deve assicurarsi, con un massimale di 100 milioni di euro per sinistro, ridotto a 20 per start-up e missioni scientifiche
  • nasce un Fondo per l'economia dello spazio con 35 milioni di euro per il 2025
  • negli appalti pubblici una quota del 10% può essere riservata in subappalto a PMI e start-up

È una legge di regole, non di soldi: serve a far esistere giuridicamente operatori privati che prima lavoravano in un vuoto normativo, e a dare all'Italia uno strumento per attrarre o controllare le costellazioni commerciali. I decreti attuativi, come spesso accade, sono il vero banco di prova.

La partita del 2027: la fusione europea

Il tema che deciderà il peso dell'Italia nei prossimi dieci anni non è una missione ma un'operazione societaria. A ottobre 2025 Airbus, Leonardo e Thales hanno firmato un'intesa per fondere le attività spaziali (satelliti, sistemi e servizi, esclusi i lanciatori) in una nuova società europea: 25.000 dipendenti, 6,5 miliardi di fatturato, quote del 35% ad Airbus e 32,5% ciascuno a Leonardo e Thales, avvio previsto nel 2027.

La logica è industriale: tre produttori europei di satelliti che si fanno concorrenza tra loro mentre Starlink costruisce migliaia di unità in serie non reggono. Il rischio, sollevato in Italia da più parti, è che la quota azionaria non garantisca il controllo di ciò che conta: la guida dei programmi, la proprietà intellettuale, la scelta dei fornitori. Se i centri decisionali finiscono a Tolosa e Parigi, Torino e L'Aquila diventano stabilimenti. L'ESA stessa ha annunciato che valuterà le implicazioni dell'operazione. Su questa partita torneremo con un Dossier.

In sintesi

L'Italia spaziale ha tre punti di forza reali, un lanciatore proprio, una capacità unica nei moduli abitati e una costellazione radar che funziona, e due debolezze strutturali: una spesa nazionale frammentata su tre canali e un'industria che dipende da equilibri con partner francesi più grandi. Il bilancio di Brema è stato buono; la legge del 2025 era necessaria; la fusione del 2027 è il vero test.


Fonti: ASI, comunicato sulla Ministeriale CM25, novembre 2025; legge 13 giugno 2025, n. 89, GU 24 giugno 2025; Euronews sulla fusione Airbus-Leonardo-Thales, ottobre 2026; dati sulla filiera da ASI e I-Com via Giornalemondo.