Chi discute di nuovo nucleare in Italia arriva sempre allo stesso punto: "e le scorie?". È la domanda giusta, ma la risposta non comincia dal futuro. Comincia da un fatto che pochi hanno presente: l'Italia ha già rifiuti radioattivi, ne ha da sessant'anni, e non ha ancora un posto dove metterli in via definitiva. Vale la pena guardare i numeri prima di discutere di reattori che non esistono.

Quanto ce n'è

L'inventario tenuto dall'ISIN, l'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, al 31 dicembre 2024 conta 33.766 metri cubi di rifiuti radioattivi presenti sul territorio nazionale. Per avere un'idea della scala: è il volume di una decina di piscine olimpioniche, non di una montagna.

La composizione conta più del totale. Secondo i dati ISIN, il 99% in volume è a bassa o molto bassa attività: guanti, tute, filtri, rottami metallici, materiali da smantellamento. Sono rifiuti la cui radioattività decade a livelli trascurabili in circa 300 anni, e che si gestiscono in depositi di superficie ingegnerizzati, come fanno Francia, Spagna, Regno Unito e decine di altri paesi.

La frazione a media e alta attività è piccola in volume ma è quella che pesa: concentra quasi tutta la radioattività e, per la parte ad alta attività, richiede un isolamento per decine di migliaia di anni. Qui la soluzione è un deposito geologico profondo, che oggi nessun paese al mondo ha in esercizio, con la Finlandia prossima a essere la prima.

Da dove vengono questi rifiuti, se le centrali sono chiuse dal 1987? Da tre fonti: lo smantellamento delle quattro centrali (Trino, Caorso, Latina, Garigliano) e degli impianti del ciclo del combustibile (Saluggia, Rotondella, Bosco Marengo, Casaccia); la ricerca; e, ogni giorno, medicina, industria e laboratori, che producono rifiuti radioattivi a prescindere da qualunque scelta energetica. È il motivo per cui il ministro Pichetto Fratin ha potuto dire, nel 2025, che le scorie "esistono e sono già tra noi".

Dove sono

In decine di depositi temporanei, alcuni dentro i vecchi siti nucleari, altri in strutture di aziende e ospedali. Per regione, il Lazio ha i volumi maggiori (oltre 10.500 metri cubi, con il sito di Latina e la Casaccia), seguito da Lombardia, Piemonte, Basilicata e Campania. In termini di radioattività, però, il Piemonte concentra da solo il 79% del totale nazionale, per via del sito di Saluggia, dove sono stoccati i rifiuti liquidi ad alta attività dell'ex impianto Eurex, in attesa di essere solidificati.

"Temporaneo" è la parola da sottolineare. Questi depositi sono autorizzati e sorvegliati, ma sono stati progettati per decenni, non per secoli, e alcuni sorgono in zone che oggi nessuno sceglierebbe: Saluggia è in area esondabile della Dora Baltea. Il Deposito nazionale serve a chiudere questa situazione, non ad aprirne una nuova.

Il combustibile che tornerà

C'è poi una partita all'estero. Quasi tutto il combustibile esaurito delle centrali italiane è stato spedito per il riprocessamento a La Hague, in Francia, e a Sellafield, nel Regno Unito, con alcuni conferimenti storici anche in Belgio. Il riprocessamento separa uranio e plutonio riutilizzabili dai residui ad alta attività, che vengono vetrificati e messi in contenitori d'acciaio.

Gli accordi prevedono che quei residui tornino in Italia. Il volume netto è modesto, circa 83 metri cubi secondo i dati ministeriali, che diventano circa 780 con i contenitori, ma è la parte più radioattiva di tutto l'inventario e non può essere accolta finché non esiste una struttura adeguata. Francia e Regno Unito, finora, hanno concesso proroghe; non è detto che lo facciano per sempre, e ogni anno di stoccaggio all'estero si paga.

Il Deposito nazionale: cos'è e perché non c'è

Il progetto esiste dal 2010 ed è affidato alla Sogin, la società pubblica incaricata dello smantellamento degli impianti nucleari. Prevede un'area di circa 150 ettari con:

  • un deposito di superficie per lo smaltimento definitivo di circa 84.000 metri cubi di rifiuti a bassa e molto bassa attività
  • un deposito di lungo periodo per lo stoccaggio temporaneo (decenni, non per sempre) di circa 14.000 metri cubi di rifiuti a media e alta attività, compresi quelli di ritorno dall'estero, in attesa di un deposito geologico
  • un Parco tecnologico per ricerca e formazione

I 98.000 metri cubi complessivi sono una stima che include i rifiuti futuri dello smantellamento, ed è il motivo per cui superano i 33.766 dell'inventario attuale. Il costo stimato è nell'ordine del miliardo di euro, finanziato attraverso una componente della bolletta elettrica che tutti paghiamo da anni per il decommissioning.

L'iter di localizzazione è il nodo. Nel gennaio 2021 Sogin ha pubblicato la CNAPI, la carta delle aree potenzialmente idonee: 67 aree in 7 regioni. A dicembre 2023 il ministero ha ridotto l'elenco a 51 aree nella CNAI, la carta delle aree idonee, in Piemonte, Lazio, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna. Da allora, il meccanismo previsto, l'autocandidatura dei territori con misure compensative, non ha prodotto nessuna candidatura. Trino, in Piemonte, si era fatta avanti nel 2023 e si è ritirata.

La legge delega approvata a settembre, come abbiamo spiegato, riprende lo stesso schema per i futuri impianti: criteri, consultazione, compensazioni, autocandidature. È legittimo chiedersi perché dovrebbe funzionare per un reattore quando non ha funzionato per un deposito.

Il calendario dichiarato

Le date ufficiali, in ordine:

Tappa Data Fonte
CNAPI, 67 aree gennaio 2021 Sogin
CNAI, 51 aree dicembre 2023 MASE
Autocandidature ricevute nessuna MASE, 2025
Individuazione del sito entro il 2027 ministro, 2026
Autorizzazione unica 2029 roadmap ministeriale 2025
Deposito in esercizio 2039-2041 ministro
Deposito geologico per l'alta attività non prima del 2050, in Italia o all'estero roadmap ministeriale

Due osservazioni. La prima: tra la CNAPI e l'esercizio passano, nelle migliori ipotesi, vent'anni, in un paese che aveva individuato il sito di Scanzano Jonico per decreto nel 2003 e lo aveva ritirato dopo due settimane di proteste. La seconda: nel maggio 2025 il ministro ha dichiarato di aver scartato l'idea di un centro unico "perché illogico a livello di efficienza", aprendo all'ipotesi di più depositi. È un cambio di impostazione rilevante, non ancora tradotto in atti.

Cosa cambierebbe con il nuovo nucleare

Se l'Italia costruirà SMR, i rifiuti aumenteranno, ma non nel modo che si immagina. Un reattore ad acqua da 300 MW produce poche tonnellate di combustibile esaurito l'anno; la massa complessiva di rifiuti ad alta attività di un programma da 8 GW per sessant'anni resterebbe nell'ordine delle migliaia di tonnellate, un volume gestibile fisicamente. Quello che cambia è la natura del problema: oggi il Deposito nazionale deve accogliere soprattutto rifiuti a bassa attività da smantellamento; con reattori in funzione servirebbe una strategia per il combustibile esaurito, che significa scegliere tra riprocessamento all'estero, stoccaggio a secco in sito per decenni, e un deposito geologico che nessuno ha ancora nemmeno iniziato a cercare.

Alcuni sviluppatori di SMR, Newcleo per prima, propongono reattori che usano come combustibile il plutonio riciclato: un modo per ridurre le scorie esistenti, in teoria. Sono tecnologie da dimostrare, e lo saranno non prima degli anni 2030.

In sintesi

L'Italia ha un problema di rifiuti radioattivi che esiste a prescindere dal nucleare, è di dimensioni fisicamente modeste, e non è risolto per ragioni politiche e territoriali, non tecniche. Il Deposito nazionale è in ritardo di oltre un decennio rispetto ai piani originari e non ha ancora un sito. Chiunque proponga nuovi reattori dovrebbe prima spiegare come intende chiudere questa partita, perché la fiducia dei territori si costruisce sul deposito, non sugli annunci. E chiunque si opponga ai reattori in nome delle scorie dovrebbe sapere che le scorie ci sono comunque, e che senza il Deposito restano dove sono, a Saluggia e altrove.

Nelle prossime settimane pubblicheremo nella sezione Numeri la scheda con l'inventario aggiornato, regione per regione, con la fonte ISIN.


Fonti: inventario nazionale ISIN al 31 dicembre 2024; RADAR Magazine, luglio 2026; Greenreport su dati Sogin, ottobre 2024; Energia Italia sulla roadmap ministeriale, giugno 2025.